Essere o apparire, il dilemma del nuovo millennio

Negli anni ’50 del secolo scorso c’era “la gioventù bruciata” che diede il titolo al famoso film con James Dean, poi siamo passati attraverso la generazione X, quelli nati fra glia anni ’60 e ’80, definita una “generazione invisibile”, piccola, inserita nella ricostruzione attuata dai figli del Baby Boom, che gli valse il titolo di “X”, a rappresentare la mancanza di un’identità sociale definita, ora siamo passati ai Millennial generation tra selfie, youtuber e instagram profile.
Un bisogno estremo di apparire a tutti i costi, di sfidare se occorre le elementari regole della società occidentale pur di accaparrarsi like e commenti di ammirazione. Nella fretta e nel bisogno quasi compulsivo di apparire ci si è dimenticati cosa significa essere. Essere una persona, un cittadino, un elemento che compone, che lo si voglia o no, una società. Soprattutto in Italia il livello di istruzione è sempre più scarso, quasi la cultura sia un optional, tanto l’importante è apparire, in tutti i modi e a tutti i costi. Ed ecco il moltiplicarsi a dismisura di profili social con adolescenti e non, in pose fondamentalmente ridicole malgrado l’aiuto del Photoshop, in attesa di consensi pur di soddisfare quella che in realtà non è altro che una vita vuota basata sul nulla. Siamo di fronte ad un’altra generazione di depressi, che non hanno reali figure a cui ispirarsi e che finiscono col perdersi nella mediocrità. A chi imputare le responsabilità ? Sicuramente molte le abbiamo noi delle generazioni precedenti, che abbiamo contribuito a lasciare in eredità ai nostri figli un vuoto mai colmato ed oggi è ancora più vasto. Non ci chiediamo più cosa è giusto o no, trascorriamo le intere giornate a lamentarci e criticare, senza però muovere un dito per cercare di cambiare le cose. Abbiamo delegato l’educazione dei nostri figli alla TV spazzatura, ai social, per avere più tempo per noi stessi pur di soddisfare il nostro ego da eterni Peter Pan. Forse per questo le nuove generazioni fanno fatica a crescere, perché in fondo noi genitori non siamo mai cresciuti, tranne che anagraficamente. In quanti di noi ricordano l’ultima volta che hanno giocato con i propri figli? Preferiamo regalare a bambini degli smartphone lasciandoli isolati davanti ad uno schermo, ipnotizzati dalle luci. La verità è che non parliamo più, non leggiamo, non camminiamo, siamo li fermi in un mondo artificioso, senza identità, comportandoci, grandi e piccoli, come dei lobotomizzati. Citando il dilemma amletico forse è arrivata l’ora di scegliere di “essere o non essere”, per ora non siamo, appariamo e basta, e ciò rischia seriamente di condurre la nostra società ad un decadimento ancora più grave fino al punto di non ritorno.

Marco Del Giudice classe 1971 è un Sociologo e Criminologo laureato, con competenze quali: Problemi interpersonali limitati e specifici all'area del conflitto, difficoltà relazionali, Ambivalenza, stress, scelte e decisioni difficili da compiere,Crescita, prevenzione e sviluppo della personalità, questioni educative e di orientamento vocazionale riferite a fattori esterni Come Criminologo si occupa: Studio sociale dei reati, Consulenza su Mobbing e Violenza di Genere, Valutazioni e studi sulle personalità delinquenziali in rapporto con la società Epidemiologia dei vari delitti in genere, nello specifico ( La violenza sessuale, Omicidio, Crimini economici, Criminalità organizzata, Terrorismo ) attraverso studi e valutazione ai fattori di rischio e alla propensione a delinquere, Criminologia forense